Il portale sull'Africa
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Un pò di storia dell'Africa

L’Africa Meridionale, ricca di risorse minerarie, attirò una forte emigrazione di coloni tedeschi che ad ogni modo incontrarono l’opposizione delle popolazioni di coltivatori e allevatori.
Il colonialismo africano può essere diviso in tre fasi: quella antecedente alla prima guerra mondiale durante la quale si assistette allo sfruttamento senza freni del territorio e della popolazione; con la prima guerra mondiale, le cose cambiarono poiché ci si pose il problema della legittimità stessa del colonialismo basato sullo sfruttamento delle popolazioni. In seguito all’intervento della Società delle Nazioni, che affermò il diritto dei popoli ad una espressione libera della loro sovranità, le potenze coloniali cominciarono a cercare uno scopo e una filosofia che avrebbe dovuto giustificare agli occhi del mondo i loro interventi nel Continente africano. L’ultima fase del dominio coloniale fu quella a ridosso della seconda guerra mondiale fino all’indipendenza della maggior parte degli stati africani. La guerra registrò un forte coinvolgimento non solo dei popoli africani ma anche del territorio stesso. Negli anni successivi al conflitto mondiale, le potenze europee intervennero in modo sempre più pressante nella storia e nelle vicende sociali delle colonie; si assistette ad una vera e propria invasione di personale tecnico europeo nel continente africano.
Dopo la guerra la Francia e la Gran Bretagna diedero vita ad una serie di riforme che avrebbero dovuto accelerare la modernizzazione dell’Africa avviando una decolonizzazione senza scosse. In questo periodo aumentò lo sfruttamento delle risorse presenti nel territorio africano. La nuova logica dei colonizzatori europei prevedeva da una parte, lo sfruttamento, dall’altra il coinvolgimento degli strati superiori della popolazione ai quali veniva data la possibilità di ricoprire ruoli politici e di poter usufruire dell’istruzione e della formazione offerta dagli stessi europei. Ad ogni modo fu proprio questa parte di popolazione “privilegiata” a rivoltarsi contro i colonizzatori, innescando il processo delle indipendenze. I leader nazionalisti erano tutti occidentalizzati e grazie alla formazione ricevuta al di fuori del loro continente avevano assorbito l’idea che il problema dell’Africa era il mancato aggancio alla modernità e al progresso, per questo si scagliarono contro le dinamiche dei villaggi basati sulle credenze e le superstizioni viste come ostacolo a ogni proposito di unità contro il nemico comune.
L’esperienza della guerra mondiale ebbe anche l’effetto di mostrare agli stessi africani che i bianchi non erano invincibili.
In varie parti dell’Africa si assistette al sorgere delle prime rivolte: in Sudafrica si verificarono i primi scioperi tra i minatori e gli addetti alla costruzione delle ferrovie, nell’Africa equatoriale francese si assistette poi alla rivolta di 350.000 Baya e in Egitto si consolidò anche ideologicamente il movimento nazionalista africano.
Dal punto di vista culturale si diffuse il movimento panafricano, che si sviluppò tra la popolazione nera degli Stati Uniti e dei Carabi.
L’aggressione nazista e fascista e la seconda guerra mondiale divennero poi delle vere e proprie scuole di internazionalismo e accelerarono le spinte anticolonialistiche.
La guerra quindi acculturò e addestrò i soldati neri che vennero impegnati sui vari fronti e mostrò la debolezza delle potenze coloniali che si dissanguarono vicendevolmente.
Contribuirono alla costruzione dei movimenti indipendentisti africani due avvenimenti diplomatico culturali.
Il primo fu l’incontro tra Roosevelt e Churchill del 1941 che condusse alla formulazione della Carta Atlantica nella quale venne fatto un preciso riferimento all’autodeterminazione delle colonie, alla libera circolazione delle merci e al libero accesso alle materie prime. Il secondo fu il Congresso Panafricano che si tenne a Manchester nel 1945 durante il quale i massimi esponenti del movimento approvarono un documento dal quale emerse la volontà del popolo africano di “essere libero”.
La fine della guerra e l’ultimo periodo coloniale consegnano agli africani una divisione in Stati che non aveva nulla a che vedere con una effettiva dimensione nazionale e culturale.
Il movimento indipendentista vide le prime indipendenze africane già negli anni ’50: Libia 1951, Marocco, Tunisia, Sudan, 1956, Ghana, 1957. Il 1960 fu l’anno dell’Africa: 17 paesi diventarono indipendenti in quell’anno e ottennero un seggio alle Nazioni Unite.
A questa prima ondata d’indipendenze fece seguito a partire dalla metà degli anni ’70 una seconda fase che si distinse dalla prima per le caratteristiche di lotta armata. Forti resistenze alla decolonizzazione si verificarono sia nelle colonie di popolamento europeo, dove la borghesia locale d’origine europea cercò di mantenere il regime di potere bianco contrastando così i movimenti nazionalisti africani, sia nelle colonie sottoposte al controllo del Portogallo il cui regime autoritario restò ai margini del processo di decolonizzazione.
La seconda indipendenza si caratterizzò anche per le caratteristiche di maggiore radicalità politica che esprimevano i movimenti per l’indipendenza i quali si definirono movimenti di liberazione nazionale, con le seguenti caratteristiche: la scelta di trasformazioni radicali dello Stato coloniale; il coinvolgimento diretto delle popolazioni nella guerra di liberazione; la scelta della lotta armata.
Tali guerre di liberazione si svilupparono in concomitanza con l’emergere nel continente di altri regimi a opzione socialista, fondati sulla creazione di partiti unici e su un forte intervento dello Stato nell’economia e nell’inquadramento statale. Questi paesi diedero vita ad un blocco di paesi africani che entrò in stretto contatto con l’Unione Sovietica, intensificando lo scontro Est-Ovest nel Continente e indebolendo inoltre il progetto di organizzazione continentale.
In realtà, le indipendenze africane mostrarono risultati molto deludenti sia per quanto riguarda la partecipazione politica e la ricerca del consenso sia per lo sviluppo dell’economia e dell’uguaglianza sociale.
Gli anni ’80 videro la crescita del livello di povertà e di crisi ambientali; le economia africane devettero ricorrere sempre di più agli aiuti internazionali e ai Piani di aggiustamento Strutturale (PAS) che però colpivano soprattutto le spese sociali. Crebbe quindi il disagio sociale e l’instabilità politica che causò l’aumento dei flussi di profughi e rifugiati.
In questo scenario si affermarono negli anni ’90 i movimenti politici che esprimevano forme di nazionalismo e di regionalismo che rivendicano forme di autonomia regionale, il diritto alla secessione o all’indipendenza, alcuni di questi si fecero anche portavoce delle lotte per la redistribuzione delle scarse risorse e per il raggiungimento di forme diverse di democrazia e partecipazione. Ciò determinò l’intensificarsi della violenza armata e della lotta politica e il conseguente indebolimento delle strutture istituzionali dello Stato-nazione. Nacquero così Stati deboli che non riuscivano più ad assicurare alla maggioranza dei cittadini un lavoro, i servizi sociali, la pace, la sicurezza, il controllo dell’economia; dilagarono quindi la corruzione e il malgoverno.
Gli stati postcoloniali erano basati sull’obbedienza, sul management dell’economia e caratterizzati dalla fragilità istituzionale, dall’assenza di legittimazione e di senso d’appartenenza.
Tra la fine degli anni ’80 e gli inizi del 2000 si accumularono nel continente africano pressioni economiche e politiche, in particolare intorno alle concentrazioni di risorse minerarie (diamanti, coltan, petrolio) alle zone di più forte indigenza, marginalità e discriminazione (Corno d’Africa, Dar Fur, Etiopia, Eritrea) o di più consolidate appartenenze di tipo religioso (scontro Islam-Cristianità a sud del Sudan) o etnico (scontro tra Hutu e Tutsi nel Ruanda; tra popolazioni ruandesi-nilotiche e popolazioni bantu nel Congo orientale; tra popolazioni semitiche e cuscitiche in Etiopia).
Le radici dei problemi dell’Africa contemporanea vanno quindi ricercati nell’eredità che il periodo coloniale lasciò, sia dal punto di vista economico sia da quello politico e sociale. Il periodo coloniale ha distrutto le basi per un’economia africana autosufficiente, inoltre le leggi del mercato mondiale contribuiscono al paradosso per cui l’Africa esporta ricchezze e diventa sempre più povera. Dal punto di vista politico si sono affermate nuove dittature che vogliono costruire una nazione senza però tenere in considerazioni le differenze etniche che ancora esistono nei vari paesi africani. I rapporti sociali restano quindi più tesi e drammatici e le vicende degli ultimi anni ne sono una dimostrazione: il genocidio in Ruanda, la crisi nel Corno d’Africa e l’emergenza nel Darfur, senza considerare lo sfruttamento della popolazione e del territorio da parte delle multinazionali che generano ulteriori tensioni.
 
 
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